mercoledì 29 dicembre 2010
A sostegno della Fiom
Abbiamo deciso di costituire un'associazione, «Lavoro e libertà», perché accomunati da una comune civile indignazione. La prima ragione della nostra indignazione nasce dall'assenza, nella lotta politica italiana, di un interesse sui diritti democratici dei lavoratori e delle lavoratrici. Così come nei meccanismi elettorali i cittadini sono stati privati del diritto di scegliere chi eleggere, allo stesso modo ma assai più gravemente ancora un lavoratore e una lavoratrice non hanno il diritto di decidere, con il proprio voto su opzioni diverse, di accordi sindacali che decidono del loro reddito, delle loro condizioni di lavoro e dei loro diritti nel luogo di lavoro. Pensiamo ad accordi che non mettano in discussione diritti indisponibili. Parliamo, nel caso degli accordi sindacali, di un diritto individuale esercitato in forme collettive. Un diritto della persona che lavora che non può essere sostituito dalle dinamiche dentro e tra le organizzazioni sindacali e datoriali, pur necessarie e indispensabili. Di tutto ciò c'è una flebile traccia nella discussione politica; noi riteniamo che questa debba essere una delle discriminanti che strutturano le scelte di campo nell'impegno politico e civile. La crescente importanza nella vita di ogni cittadino delle scelte operate nel campo economico dovrebbe portare a un rafforzamento dei meccanismi di controllo pubblico e di bilanciamento del potere economico; senza tali meccanismi, infatti, è più elevata la probabilità, come stiamo sperimentando, di patire pesanti conseguenze individuali e collettive. La seconda ragione della nostra indignazione, quindi, è lo sforzo continuo di larga parte della politica italiana di ridimensionare la piena libertà di esercizio del conflitto sociale. Le società democratiche considerano il conflitto sociale, sia quello tra capitale e lavoro sia i movimenti della società civile su questioni riguardanti i beni comuni e il pubblico interesse, come l'essenza stessa del loro carattere democratico. Solo attraverso un pieno dispiegarsi, nell'ambito dei diritti costituzionali, di tali conflitti si controbilanciano i potentati economici, si alimenta la discussione pubblica, si controlla l'esercizio del potere politico. Non vi può essere, in una società democratica, un interesse di parte, quello delle imprese, superiore a ogni altro interesse e a ogni altra ragione: i diritti, quindi, sia quelli individuali sia quelli collettivi, non possono essere subordinati all'interesse della singola impresa o del sistema delle imprese o ai superiori interessi dello Stato. La presunta superiore razionalità delle scelte puramente economiche e delle tecniche manageriali è evaporata nella grande crisi.L'idea, cara al governo, assieme a Confindustria e Fiat, di una società basata sulla sostituzione del conflitto sociale con l'attribuzione a un sistema corporativo di bilanciamenti tra le organizzazioni sindacali e imprenditoriali, sotto l'egida governativa, del potere di prendere, solo in forme consensuali, ogni decisione rilevante sui temi del lavoro, comprese le attuali prestazioni dello stato sociale, è di per sé un incubo autoritario.Siamo stupefatti, ancor prima che indignati, dal fatto che su tali scenari, concretizzatisi in decisioni concrete già prese o in corso di realizzazione attraverso leggi e accordi sindacali, non si eserciti, con rilevanti eccezioni quali la manifestazione del 16 ottobre, una assunzione di responsabilità che coinvolga il numero più alto possibile di forze sociali, politiche e culturali per combattere, fermare e rovesciare questa deriva autoritaria. Ci indigna infine la continua riduzione del lavoro, in tutte le sue forme, a una condizione che ne nega la possibilità di espressione e di realizzazione di sé.La precarizzazione, l'individualizzazione del rapporto di lavoro, l'aziendalizzazione della regolazione sociale del lavoro in una nazione in cui la stragrande maggioranza lavora in imprese con meno di dieci dipendenti, lo smantellamento della legislazione di tutela dell'ambiente di lavoro, la crescente difficoltà, a seguito del cosiddetto "collegato lavoro" approvato dalle camere, a potere adire la giustizia ordinaria da parte del lavoratore sono i tasselli materiali di questo processo di spoliazione della dignità di chi lavora. Da ultimo si vuole sostituire allo Statuto dei diritti dei lavoratori uno statuto dei lavori; la trasformazione linguistica è di per sé auto esplicativa e a essa corrisponde il contenuto. Il passaggio dai portatori di diritti, i lavoratori che possono esigerli, ai luoghi, i lavori, delinea un processo di astrazione/alienazione dove viene meno l'affettività dei diritti stessi. Come è possibile che di fronte alla distruzione sistematica di un secolo di conquiste di civiltà sui temi del lavoro non vi sia una risposta all'altezza della sfida?Bisogna ridare centralità politica al lavoro. Riportare il lavoro, il mondo del lavoro, al centro dell'agenda politica: nell'azione di governo, nei programmi dei partiti, nella battaglia delle idee. Questa è oggi la via maestra per la rigenerazione della politica stessa e per un progetto di liberazione della vita pubblica dalle derive, dalla decadenza, dalla volgarizzazione e dall'autoreferenzialità che attualmente gravemente la segnano. La dignità della persona che lavora diventi la stella polare di orientamento per ogni decisione individuale e collettiva.Per queste ragioni abbiamo deciso di costituire un'associazione che si propone di suscitare nella società, nella politica, nella cultura, una riflessione e un'azione adeguata con l'intento di sostenere tutte le forze che sappiano muoversi con coerenza su questo terreno.
sabato 18 dicembre 2010
Fiducia a Silvio, sfiducia nell’Italia!
Con la riconfermata fiducia, ottenuta con 314 voti contro 311, ha certamente vinto Silvio ed ha perso Fini; ma in assoluto si è assistito alla sconfitta della politica per ciò che dovrebbe rappresentare!
La compravendita che ha anticipato il voto e soprattutto il fatto che questa compravendita sia andata a buon fine significa solo che la maggior parte dei politici italiani non sono più politici, ma “IMPRESARI”!
Come impresari devono assicurarsi soldi e “ricompense” (pagate da tutti noi, soprattutto lavoratori dipendenti e pensionati) per le loro imprese e quindi non vogliono sedere in Senato o in Parlamento per dare una direzione politica al popolo, ma vogliono assicurare i propri personali interessi.
Come può ora una persona che già vede con diffidenza questa strana classe detta “politica” credere che ancora qualcuno voglia davvero fare il politico e non “l’impresario”,
come può ora credere qualcuno che ci sia ancora la politica per il bene comune,
chi può credere che fare politica sia un servizio per la comunità,
chi può credere che i politici debbano aiutare le persone con le loro scelte….
come possiamo fidarci di chi ci chiede il voto se poi nel momento della verità, quando anche un singolo voto è fondamentale, si pensa al proprio portafoglio e non agli ideali per i quali siamo stati votati?
La politica significa credere in degli ideali,
significa sacrificarsi per un bene comune,
significa non cedere alle lusinghe del potere,
significa sapere e mantenere la giusta strada per le persone alle quali si chiede il voto!
Significa avere dignità, significa essere persone oneste, significa essere politici e non “impresari”!
Giulio Pecorini
Sinistra Ecologia e Libertà Circolo di Greve in Chianti
domenica 12 dicembre 2010
venerdì 3 dicembre 2010
sabato 27 novembre 2010
Lettera di Maria Giovanna Bencistà al Sindaco e ai consiglieri comunali
Greve, 26 novembre 2010
Al Sindaco di Greve in Chianti
Ai componenti il Consiglio Comunale di Greve in Chianti
Egregio Sindaco ed egregi consiglieri,
In merito ad uno degli interventi di Carla Borghi, consigliere di minoranza, svolto durante il Consiglio comunale del 28 settembre 2010, mi corre l’obbligo di una replica e anche di una personale riflessione, che mi permetto di condividere con i consiglieri comunali, poiché di fronte a loro, e in maniera del tutto impropria, la signora in questione ha dato notizia, certa, di un fatto, avvenuto all’interno della scuola elementare e che mi ha riguardato. Faccio notare che, nonostante che nell’intervento del consigliere Borghi non fosse stato fatto alcun nome, il giorno seguente già le persone mi fermavano per strada e nei negozi chiedendomi spiegazioni. Evidentemente qualcuno si era preoccupato di dare il via ad una delle tante macchine del fango che caratterizzano i tempi attuali.
Intanto vorrei, subito, tranquillizzare la signora e tutti i consiglieri: il cosiddetto fatto, in realtà, è stato così stravolto e chiaramente strumentalizzato che la dirigente scolastica dell’Istituto Comprensivo di Greve in Chianti, dopo un’accuratissima indagine, non ha potuto far altro che archiviare l’intera faccenda. Bene, si dirà, meglio così. No, signor sindaco e signori consiglieri, questo non è stato un episodio che possa essere risolto così: poiché, per le modalità scelte e le strategie attuate, per la risonanza mediatica che si è voluto dargli e, non ultimo, per i numerosi aspetti “strani”, che ancora permangono, questo episodio va denunciato come un chiaro segno dell’ignobiltà dei tempi e del modo di intendere la politica da parte di certe forze politiche. E quindi la questione va oltre la mia persona.
Solo ora, comunque, mi accingo a parlarne, per un doveroso rispetto nei confronti dell’indagine scolastica di cui sopra e che avrebbe potuto portare anche a sanzioni disciplinari gravi nei miei confronti , se solo si fosse “costruito” il caso con più sapienza, pur negativa. Insomma, si potrebbe dire, anche nella ignobiltà ci vuole ingegno, che evidentemente, in questo caso non c’è stato.
L’episodio in questione ormai è noto e non è certo quello descritto dalla signora Borghi nel suo intervento, la quale, si dovrebbe intanto informare meglio sulle “Madonne”: la pubblicità portata privatamente a scuola ( fatto già che non dovrebbe avvenire) non era affatto una pubblicazione sacra, ma solo una nota pubblicistica truffaldina, come la saggezza popolare grevigiana ha compreso subito, dal momento che quasi l’intero paese, che si è trovato nelle proprie cassette postali pubblicazioni simili, corredate da un bollettino con richiesta di denaro, l’ha cestinata. Sono decine le persone che me l’hanno voluto raccontare. E’ questa l’immagine della religione che vuol difendere la signora Borghi? La quale sembra non ricordare più che la religione cattolica, nel nostro paese, e soprattutto nella nostra scuola pubblica e laica, è tutt’altro che discriminata: ogni settimana i ragazzi della scuola primaria hanno a disposizione due ore di insegnamento cattolico, con insegnanti nominati direttamente dalla Curia e che , a differenza degli altri insegnanti, non sono sottoposti a nessun concorso e a nessuna verifica dello Stato; il quale Stato, però, e quindi tutti i cittadini, cattolici e no, pagano loro lo stipendio. Per quanto riguarda la scuola invece, e le mie classi in particolare, 2 quinte composte da ragazzi/e le cui famiglie sono di religione cattolica, musulmana, testimoni di Geova e probabilmente anche non credenti in nessuna religione, posso assicurare che l’articolo 8 della nostra Costituzione è pienamente attuato, quindi non ci sono mancanze o recriminazioni cui dover rispondere: lì i bambini sono davvero tutti fratelli , o più laicamente amici, e certo talvolta litigano, ma sicuramente mai per questioni di appartenenza religiosa, che riguardano invece, stupidamente , solo gli adulti.
Permettetemi poi una considerazione linguistica sulla parola “porcata” che io avrei pronunciato, come viene riportato sia nell’intervento della consigliera che nella denuncia scritta contro di me, presentata a scuola da una delle due insegnanti di religione cattolica e che ha dato l’avvio all’indagine disciplinare a mio carico: a noi toscani non appartiene questo termine , e comunque non appartiene al mio linguaggio, come è stato anche confermato dalle insegnanti presenti quel 20 settembre: piuttosto trovo singolare che la stessa identica parola mi venga attribuita sia dal consigliere Borghi che dall’insegnante di religione nella sua denuncia.
Vorrei dare però un motivo di riflessione anche al Presidente del Consiglio Comunale: una maggiore prudenza e una sua più puntuale informazione sui fatti gli avrebbe evitato un giudizio affrettato e non pertinente.
Tuttavia non posso far a meno di chiedermi i motivi reali che hanno spinto “qualcuno” a tentare di creare un mostro e sbatterlo in prima pagina: per questo, da un punto di vista giudiziario, mi assisterà il mio avvocato, che ha avuto da me il mandato di scandagliare ogni via e di procedere penalmente e civilmente là dove sia giusto e contro chi se lo meriti. In questa sede, invece, voglio accennare brevemente, attraverso gli atti, alla tempistica degli avvenimenti, che “parlerà” più di molte altre parole.
Dunque, l’episodio è avvenuto il 20 settembre; il 28 dello stesso mese , durante il Consiglio Comunale, vi è stato l’intervento del consigliere Borghi e, guarda caso, la denuncia scritta, fatta a scuola, porta la data del 29 settembre, cioè ben 9 giorni dopo che l’episodio “scandaloso” era avvenuto: chi può credere, così, ad una denuncia fatta a caldo, o ad un forte trauma emotivo? Se così fosse stato, la denuncia sarebbe stata fatta subito o dopo qualche giorno. E se davvero l’indignazione era di tipo “religioso”, perché non si è andati da don Luca e si è invece “politicizzato” il tutto, coinvolgendo una rappresentanza politica? E perché mai, un episodio avvenuto fra le mura scolastiche, di competenza quindi della scuola, è stato reso noto, anche in dispregio delle autonomie istituzionali, prima ancora che ne fosse ufficialmente informata, se pure in modo distorto, la scuola?
Signor sindaco e signori consiglieri, molti paesani e soprattutto i genitori dei miei ragazzi hanno già compreso: e questo è quello che personalmente mi interessa di più.
Comunque come in un mosaico, le risposte andranno al loro posto e allora si vedrà che, molto probabilmente, si è tentato di prendere due piccioni con una fava e che l’obbiettivo non ero solo io. Se questo gioco sporco è stato reale, allora, il fatto che non sia riuscito, può essere di buon auspicio per tutte le persone perbene.
Cordiali saluti
Maria Giovanna Bencistà
giovedì 25 novembre 2010
SEL è e deve restare autonoma e indipendente
“L’indipendenza e l’autonomia politica di SEL, anche nei confronti delle altre forze politiche del centro-sinistra, è un valore che dovremo difendere e che garantiremo con tutto il nostro impegno.”
E’ quanto affermano Lorenzo Falchi, coordinatore provinciale di SEL, e Riccardo Lazzerini, consigliere provinciale, in merito alla posizione del partito nel dibattito aperto nel centro-sinistra sul futuro della coalizione e sulle recenti iniziative promosse da Barducci e Crescioli.
“Ribadiamo anche la nostra convinta partecipazione alla manifestazione della cgil di sabato 27, rispettandone l'autonomia e il ruolo fondamentale che essa ricopre nel difficile momento che il nostro paese sta attraversando. Anche per questo riteniamo giusto non farsi coinvolgere in iniziative personali non concordate con il nostro partito.”
“Per quanto ci riguarda le uniche posizioni che dovremo portare avanti, dentro e fuori dalle istituzioni, sono le nostre, quelle di SEL, decise dai nostri organismi di direzione politica. Non abbiamo altre posizioni da prendere e riteniamo profondamente sbagliato entrare nella querelle pro o contro “rottamatori” che sta animando il PD, che è oggettivamente un progetto diverso dal nostro, sancito tra l’altro con il nostro recente congresso fondativo.”
“Piuttosto restiamo stupiti del fatto che ci sia ancora chi, dentro il centro-sinistra, fatica a capire che non si vince e non si riconquista il nostro popolo con alchimie e formule vecchie di qualche anno ma se e solo se saremo capaci di ridargli la parola. Proprio questo è il compito delle primarie, unico strumento che in questo momento rappresenta la cessione di sovranità da parte delle nomenclature e può permettere l’avvio di una storia diversa, di un cambiamento reale dell’Italia”.
domenica 14 novembre 2010
Solidarietà al popolo Saharawi!
Il dignity camp non esiste più.
All’alba del giorno 8 Novembre 2010, centinaia di soldati marocchini sono entrati in tenuta anti-sommossa nel campo di tende Saharawi Gdeim Izik (Dignity Camp) a 12 chilometri da Al Aaiun, capitale amministrativa del Sahara Occidentale, e lo hanno distrutto. Negli scontri seguiti all'intervento, ci sono state diverse vittime: il Fronte Polisario parla di 13 morti, mentre altre fonti all'interno del campo dicono che 7 persone sono rimaste uccise. Il Marocco sostiene che due dei suoi soldati sarebbero morti.
Il campo di Gdeim Izik, che contava 8000 tende e 20000 persone al suo interno, era stato messo in piedi il 10 ottobre scorso da gruppi di Saharawi che richiedevano il rispetto dei propri diritti civili da parte dello stato marocchino. Si trattava di una protesta di massa unica nel suo genere nei 35 anni in cui il Sahara Occidentale è stato occupato dalle forze marocchine. Gli abitanti del campoavevano rivendicazioni di carattere socio-economico e non avevano mai parlato apertamente di auto-determinazione.
Dopo lo sgombero del campo, gli scontri si sono trasferiti in città. I Saharawi hanno innalzato barricate, mentre l’esercito marocchino ha cominciato a dare la caccia ai militanti casa per casa, compiendo centinaia di arresti.
Ennaama Asfari, copresidente del Comitato per il rispetto delle libertà e dei diritti umani nel Sahara occidentale (Corelso), spiegava in data 2 novembre 2010 al Manifesto: “Vogliamo richiamare l'attenzione internazionale sulle discriminazioni che i Saharawi subiscono nell'accesso al lavoro, alla casa e allo studio. Dell'autodeterminazione, invece, devono occuparsi i nostri rappresentanti, cioè il Fronte Polisario". Secondo le ultime notizie, che giungono da Gdeim Izik, Ennaama Asfari sarebbe stato arrestato ieri sera e malmenato fino a perdere i sensi.
Nel frattempo Al Aaiun è una città in stato d'assedio. Bloccati gli arrivi in aereo da Casablanca e da Las Palmas de Gran Canaria. In data 7 Novembre 2010 era stato rispedito alla Canarie il volo su cui viaggiavano l'europarlamentare spagnolo di Izquirda Unida, Willy Meyer, e tre giornalisti di diversi media dell'arcipelago. A Casablanca sono tuttora bloccati due giornalisti italiani di Apcom e Milano Finanza, cui è stato requisito il passaporto.
Tutto questo avviene quando cominciano a Manhasset, vicino a New York, i colloqui diretti tra Marocco e Fronte Polisario sulla questione del Sahara Occidentale.
Noi, Sinistra Ecologia e Libertà Circolo di Greve in Chianti chiediamo:
1. Che vengano finalmente rispettate le decisioni prese dalle Nazioni Unite e che si dia la possibilità alla popolazione, attraverso la Minurso (Missione delle Nazioni Unite per il Referendum nel Sahara Occidentale iniziata nel 1991), di esprimersi attraverso il referendum deciso per la prima volta nel 1974 e poi ribadito anche nel 1986 con l’ingesso della questione Saharawi nel Parlamento Europeo, se integrarsi col Marocco o ottenere l’indipendenza.
2. Di far cessare immediatamente l’attacco nei confronti della parte del popolo Saharawi che è rimasto nel territorio occupato attraverso la famosa “marcia verde” imposta dal Re Hassan II nel 1975.

